La Partita Applaudita, intervista alla dottoressa Gaia Luzzi
I numeri della mobilitazione. Che non sono tutto, ma significano tanto. 177 gare complessive, di cui 144 in Toscana, 24 in Umbria e 9 in Emilia-Romagna, nella provincia di Piacenza. 4 partite di calcio a 5, una di Pulcini 2016 e un coinvolgimento di oltre 70 comuni nelle tre regioni, per un totale di circa 7000 atleti interessati. E tutto questo, ricordiamolo, è stato ideato e progettato nel corso degli anni per unico obiettivo: il benessere dei ragazzi. Ad accompagnare i feedback meravigliosi provenienti dai campi di Toscana, Umbria e Piacenza, ecco la disamina professionale della dottoressa Gaia Luzzi, psicologa e psicoterapeuta che inquadra la situazione generale dal punto di vista più importante e, al contempo, più difficile da carpire: quello della mente umana.
Prima di immergerci nel tema de La partita applaudita toccando tutte le sue sfumature più profonde, innanzitutto capiamo come una figura col suo background e residente in Umbria abbia incrociato lungo il proprio percorso professionale Calcio Fair Play convolando metaforicamente a nozze col progetto proposto. Quando è scoccato l'amore?
A livello professionale io sono psicologa e psicoterapeuta, practitioner EMDR e, fin dal mio master in psicologia dello sport, mi occupo anche di seguire sia alcuni settori giovanili di società del mio territorio sia di offrire aiuto ad atleti che mi contattano in privato. Questa mia vicinanza allo sport e in particolar modo al calcio mi ha avvicinato per pura casualità a Calcio Fair Play l'estate scorsa. Tramite un amico in comune con l'associazione, ovvero Maurizio Falcinelli, ci siamo ritrovati a un evento organizzato proprio dallo stesso Falcinelli per presentare il progetto La partita applaudita, durante il quale avrei dovuto tenere un discorso. Io ero all'oscuro di tutto in realtà perché il mio intervento era slegato da qualsivoglia dinamica esterna; mi sono semplicemente limitata a esprimere la mia visione dell'attività in relazione allo sviluppo sano dei piccoli calciatori. E, incredibilmente, tutto ciò che ho enunciato si è sovrapposto combaciando alla perfezione con la filosofia di Calcio Fair Play e con l'essenza de La partita applaudita, arricchendola di un senso psicologico molto importante. È stato amore a prima vista.
Dopo una prima edizione sperimentale nella provincia di Firenze e dopo una seconda edizione ufficiale in tutta la Toscana, il grande passo è stato compiuto allargando l'abbraccio anche alla provincia di Piacenza e, per l'appunto, all'Umbria. Lei ha presenziato su qualche campo il weekend del 21 e 22 febbraio?
Sì, ero presente al Bernicchi di Città di Castello e devo dire che la giornata è stata piacevolmente particolare. Di primo acchito tra i genitori sugli spalti ho registrato un po' di sgomento per l'impatto di questo format tanto diverso dal solito, ma poi vedendo la serenità nei volti dei loro figli il silenzio e gli applausi sono stati metabolizzati nel modo corretto da tutti i presenti. A livello personale avevo già fatto un piccolo esperimento su una categoria di bambini, invitando le famiglie a tifare in modo positivo nonostante il clima del match già di per sé giocoso. E al netto dell'irrilevanza del risultato finale, ho notato che anche chi aveva perso era uscito dal campo sereno e col sorriso sulle labbra, felice di essersi divertiti. In un contesto diverso e in scala decisamente più grande, questo è quello che è successo anche sabato 21 febbraio: tutti i ragazzi hanno potuto vivere ed esprimersi in un clima sereno e disteso.
Dalla sua personalissima esperienza in qualità di psicologa dello sport possiamo tutti imparare una lezione importante che raramente riesce a emergere con facilità e godere di una lettura più ampia riguardo allo sviluppo del calcio giovanile dilettantistico. Quali sono gli ostacoli mentali, i limiti e le criticità che deve affrontare il ragazzo durante l'attività sportiva?
Innanzitutto le grosse aspettative di genitori e allenatori giocano un ruolo di primo piano sulla psiche dei ragazzi. Tra chi vuol diventare un Guardiola e chi pensa di avere davanti il nuovo Cristiano Ronaldo, l'investimento emotivo che viene riversato sulle spalle dei giovani porta a un agonismo sfrenato, a un'aggressività incredibile soprattutto in rapporto all'età e al contesto dei protagonisti in campo. Quando si innesca questo meccanismo, la criticità principale è una: gli adulti smettono di essere un punto di riferimento diventando per contro il più grande motivo di insicurezza.
Su quale livello si può e si deve intervenire per arrestare questo processo?
Diventa importante spiegare al ragazzo come funziona l'essere umano ponendo l'accento sulla pratica psicoeducativa. Tutti noi, e in particolar modo i bambini e i preadolescenti, funzioniamo per rinforzi positivi, perché alla fine sono le parole belle e i segnali di incoraggiamento che ci fanno crescere e vivere in modo sereno. Una volta appurato questo, poi si passa ad analizzare individualmente ciò che è fonte di disagio o ciò che si può migliorare. Non sempre è facile fare passi in avanti nell'immediato, anche perché non tutti sono disposti a mettersi in discussione, genitori in primis. Oggi però la ricerca scientifica sottolinea quanto l'evoluzione positiva di una persona passi attraverso un apprendimento sano in un clima sereno. Se possibile, soprattutto quando lavoro a contatto con una società, cerco di interfacciarmi con gli adulti proponendo loro in modo delicato un approccio diverso dal solito; non sempre riesco nel mio intento, ma qualcuno per fortuna è abbastanza aperto di mente. In definitiva, se i genitori si mettono in discussione anche i ragazzi, di conseguenza, stanno meglio. I bambini hanno il radar, sono come spugne: una volta fermata la cascata di negatività il benessere fiorisce.
Proprio in relazione al suo contatto diretto con le società, nel calderone possiamo metterci dentro anche allenatori e dirigenti. Con loro, che siedono in panchina e non sulle tribune, il dialogo è diverso?
In un certo senso sì, e in linea di massima ho trovato tanta disponibilità e tanto interesse nel voler capire dinamiche nuove e nel voler provare nuovi metodi di comunicazione coi ragazzi. Diverse società, soprattutto a livello di Scuola Calcio, stanno dimostrandosi molto sensibili sull'argomento.
Una giornata come quella del 21 e 22 febbraio invita però anche alla riflessione positiva: cosa c'è di buono in questo sistema così complicato?
Sicuramente il saper lavorare in gruppo, il saper raggiungere compromessi e il saper rispettare le regole sono concetti che passano in maniera forte. Dalle scuole tanti insegnanti mi fanno notare come chi pratica sport, e in particolar modo calcio, sia molto più ligio al dovere e ottemperante alle regole. Il rispetto dello spazio altrui e la collaborazione sono altre nozioni che arricchiscono il bagaglio sociale dei giovani, ma non c'è solo questo lato da considerare. È dato empirico che lo sport implementi in modo considerevole lo sviluppo fisico, l'intuito, la fantasia, la velocità di scelta. Non è una semplice frase fatta: il calcio può davvero essere una palestra di vita se praticato in un ambiente sano.
Proprio come la filosofia di Calcio Fair Play si prodiga a urlare al mondo ormai da anni.
Magari esistessero tante associazioni come Calcio Fair Play. A mio avviso il modello promosso è un vero e proprio fiore all'occhiello e dovrebbe essere preso come esempio da tutte le Federazioni. Purtroppo a serpeggiare nella nostra società è l'idea di poter risolvere la vita coi soldi e con facilità, ovviando ai problemi ignorando tutto il mondo che invece vi sta dietro.
Come fare allora per vivere al meglio uno sport che vuole e deve essere prima di tutto divertimento?
Il mio augurio è che gli adulti di riferimento diventino emotivamente competenti. Una volta che il genitore capisce i disagi e le difficoltà del proprio figlio in maniera moderatamente adeguata, allora lì scatta la creazione di un legame positivo che porta il ragazzo a uno stato di benessere. Una ricerca scientifica ha dimostrato che un'approvazione vale più di ottantanove rimproveri. Pensiamoci bene a come vogliamo approcciare il mondo: abbiamo tanto da guadagnarci.
Lorenzo Profili
