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    Al Diavolo la Cerbai!


Come nella migliore delle tradizioni, anche nel caso della Cerbai il diavolo ci ha messo lo zampino. E, anche se è avvenuto una singola volta, certo è stata un'occasione speciale. Nella stagione 2009-2010 fu infatti la Settignanese a iscrivere il proprio nome nel prestigioso albo d'oro della categoria Giovanissimi B. E quando parli dei diavoletti di Coverciano, puoi starne sicuro, spunta la sagoma (buccia di banana evitata) di Maurizio Romei.


A distanza di più di dieci anni e considerando tutte le emozioni provate nella sua carriera che è una vita dedicata al calcio, quel trionfo lì che sapore conserva?


'È un ricordo indelebile che ho sempre ben presente anche perché due ragazzi di quella squadra, Corri e Tongiani, sono tuttora in forze alla Settignanese in prima squadra'.


Quella stagione in sintesi: trenta gare di campionato, ventisette vittorie, due pari e un ko.


'Ed era un campionato con tutte le migliori: Cattolica, Sestese, Scandicci. A proposito: l'unica sconfitta arrivò a Scandicci. E fu colpa mia: restammo in dieci per un'espulsione ingiusta mentre perdevamo due a uno, pareggiammo ma poi volli vincere. E con due contropiedi loro ci punirono'.


La vittoria in campionato poi la Cerbai: anche quella coppa non si dimentica.


'Ricordo ogni singola partita fino alla finale; dopo il Sorgenti Labrone e il Jolly Montemurlo che furono due fra gli ostacoli più difficili, arrivammo in finale: uno a uno al settantesimo, poi la nostra vittoria ai rigori. Fra le tante coppe che ho vinto quella ha un valore e un sapore davvero speciali'.


Lo ha confessato in altre occasioni: il suo sogno è sempre stato quello di prendere parte alle finali nazionali, provare a vincere uno scudetto italiano a livello giovanile; un sogno che ogni allenatore di settore giovanile custodisce nel cassetto. L'anno dopo, nei Giovanissimi regionali, ci provò?


'Dopo la conquista della Cerbai ci preparammo al meglio per la stagione successiva, rinforzando la squadra con alcuni innesti mirati. Ma nei Giovanissimi regionali avemmo la sfortuna di incrociare sul nostro cammino la Sestese, che in quegli anni dominava non solo a livello regionale. I due scontri diretti contro di loro decisero il campionato, e non riuscimmo ad avere la meglio anche se demmo ai rossoblù molto filo da torcere. La mia Settignanese era davvero una bella squadra, che giocava in modo semplice ma a memoria, con schemi precisi. Abbiamo realizzato alcuni gol con tre tocchi soltanto: lancio del portiere, il centrocampista controlla e verticalizza per una delle due punte, che incrociano il loro movimento. Non avevamo punti deboli, e una delle migliori caratteristiche di quel gruppo era che chiunque poteva andare in gol'.


Ha attraversato da protagonista gli ultimi decenni del calcio giovanile toscano e le vorrei chiedere quanto lo ha visto cambiare. Ma modifico la domanda e le chiedo piuttosto: quanto è cambiato negli anni il calcio di mister Romei?


'Mi sono tenuto in costante aggiornamento e non ho mai smesso di sperimentare nuove metodologie di allenamento, ma ho i miei punti fermi, che ritengo sempre validi, e da questi non ho mai prescisso. Un esempio? Difficilmente nelle categorie Giovanissimi non ricorro al libero un po' staccato rispetto all'altro centrale: al nostro livello gli arbitri non sono coadiuvati dagli assistenti di linea e a prendere gol in fuorigioco è un attimo. Un altro esempio del mio modo di pensare vecchia maniera ma che ritengo sempre valido è la marcatura a uomo, che peraltro ho sentito riabilitata di recente. In diverse trasmissioni televisive su Sky i vari Bergomi, Marchegiani, Costacurta e via dicendo hanno elogiato Verona e Atalanta perché ricorrono spesso a questa impostazione, e al contempo constatavano che oggigiorno i difensori non sanno più difendere, incorrono in errori davvero ingenui: sono perfettamente d'accordo. Ritengo che ai giovani calciatori fino ai sedici-diciassette anni vada insegnata la marcatura a uomo, diversamente il rischio è quello che poi arrivino nelle prime squadre senza i fondamentali in fase di non possesso. Ho sempre derogato un po' per quel che riguarda il centrocampo: lì occorre un misto a zona e a uomo, ma in difesa proprio no, l'avversario va tenuto d'occhio da vicino. E qualche deroga ovviamente anche in difesa, con le marcature a scalare nel caso il pallone giunga in una zona di campo in cui siamo scoperti'.


In tutti questi anni allora avrà guardato con diffidenza le tante scuole di pensiero calcistiche che si sono avvicendate, e che hanno trovato terreno fertile anche a livello giovanile. Qual è l'ultima tendenza in voga che non le piace?


'Scimmiottare la serie A porta spesso le squadre giovanili a subire gol sciocchi. E negli anni ho avuto spesso la sensazione che gli allenatori delle nostre categorie pretendessero davvero troppo dai loro ragazzi, generando frustrazione con richieste troppo elevate. Non è in quel modo che si è innovativi nell'approccio con i giovani calciatori. Una delle ultime mode, che proprio non mi va giù, è l'ostinazione nel far partire l'azione da dietro, con il portiere che appoggia il pallone al difensore. Il risultato è che anche ad altissimi livelli, figuriamoci poi nei settori giovanili, si assiste a tanti gol che arrivano grazie alla pressione offensiva degli attaccanti avversari, che rubano palla e spesso fanno gol trovandosi davanti al portiere. Per uscire dalla propria trequarti palla al piede occorrono sincronismi perfetti e tanta tecnica. Partendo da dietro poi hai sì il cento per cento del possesso palla, ma sei nella tua area di rigore; se rilanci in avanti hai il cinquanta per cento del possesso, ma sei in una zona molto più avanzata del campo'.



Sempre in relazione a un cambiamento nel tempo: che percorso hanno avuto l'aspetto tattico e quello atletico nel calcio giovanile?


'Ho notato che ormai da diversi anni gli allenatori curano molto di più la parte tattica, ricercando il possesso della palla, a discapito del lavoro sulla parte atletica. Non è colpa loro: è il frutto della nuova impostazione data al corso di allenatori, in cui la parte di lavoro fisico è demandata a una figura specifica, che si è affermata ai nostri livelli, che è quella del preparatore atletico. Fino a qualche anno fa un allenatore doveva saper fare tutto: preparare la squadra, disporla tatticamente, lavorare sulla parte atletica. Oggi quasi tutte le società si sono dotate di preparatori atletici che affiancano gli allenatori. Non si tratta di ridurre i costi: credo che a livello giovanile un allenatore da solo sia perfettamente in grado di seguire la sua squadra a trecentosessanta gradi. Sarò convinto di questo, probabilmente, perché sono un cultore della parte atletica. Da sempre i miei ragazzi si allenano sulla sabbia, effettuano percorsi in salita, giocano all'interno di una gabbia con le sponde: sono percorsi e strutture che ho allestito all'interno della Settignanese con cui sviluppo la forza, la resistenza e la capacità di imprimere intensità al gioco dei miei giocatori. Sono consapevole di non essere un allenatore particolarmente brillante sul piano estetico del gioco, ma tutti gli anni ho la certezza che una mia squadra correrà fino al 30 giugno. Come è avvenuto quell'anno lì in cui abbiamo vinto la Cerbai. Il potenziamento fisico è alla base del mio lavoro sul campo, ed è un lavoro delicato perché i ragazzi in età evolutiva devono essere seguiti in modo consapevole, altrimenti si fanno dei danni. Sono vecchio stampo ma, come ho detto prima, sono al contempo aperto all'innovazione. Ad esempio, negli ultimi anni, sto sviluppando la psicocinetica'.


Sembra magia.


'E invece è lavoro sul campo, significa guardare e pensare insieme e si sviluppa assegnando dei colori ai ragazzi, tramite delle pettorine colorate: due gialli, due blu e due bianchi, tanto per fare un esempio. Non l'ho certo inventata io, ma ho approfondito e introdotto una variante nuova: la psicocinetica con i cappellini. Se assegni una bandana colorata diversamente a ogni ragazzo al posto di una casacca allora è costretto ad alzare il proprio baricentro visivo di almeno mezzo metro in più. Per cercare un compagno con una bandana del tuo colore devi per forza di cose alzare la testa e questo esercizio è utilissimo, perché velocizza pensiero e rapidità di visione di un giovane calciatore'.



Dopotutto il diavolo ha sempre fatto questo, movimentando un po' il canone della tradizione con l'elemento del cambiamento. E solo il movimento consente l'innovazione.



Lorenzo Martinelli Calciopiù


Foto Antonio Badalucco